lunedě, novembre 20, 2017 13:21

Ashtar Sheran

Nella seconda lettera ai Corinzi, Saulo di Tarso, noto ai più come Paolo, sedicente e tardivo apostolo del Nazareno, rammenta come  Shaytan, insieme ai suoi sodali, sia uso “travestirsi” quale Angelo di Luce. Parimenti, il dettato tradizionale della “scienza demonologica” proclama l’attitudine manifesta di Ashtaroth a sedurre i sensi della bestia-uomo nello sfolgorio della sua Luce. Io, Ashtaroth, affermo d’essere ignea scintilla di Tenebra nella spirale Luminosa del Sogno Collettivo e segreto seme della Luce Tenebrosa nella gerla del Viandante che calca l’Occulto Sentiero. Originale, trascorso riflesso, scaturita dai meandri esperienziali dello Specchio-Matrice, guidando con vezzo indifferente, illustro e crudamente  blandisco. Ammiccante reminiscenza, deposta dal fato imparziale nei fertili sedimenti archetipi e spirituali della Memoria genetica, inesorabile, risveglio l’orgoglio nei bruti.
Mutevole, promano da spazi ulteriori e lacerando le vibratili membrane dimensionali, fecondo occasionali monadi temporali.
Abito, talvolta serena e talaltra furiosa, complici spoglie carnali nell’incolpevole logica di una simbiotica attrazione simpatica.
Onirica ospite, custodisco, celati fra le infamie, alcuni preziosi gioielli, l’ancestrale bagaglio di anime che, pur raccolte in eterogenea torma, tutte rimembro e, sempre vogliosa, spudorata, pubblica amante, in Me, accolgo nuove, singole essenze smarrite.

L’ingenua grammatica del tempo lineare disegna confini che la mente dei “semplici” trasforma in strumentali barriere per delimitare gli improbabili percorsi dell’andare o del venire.  Immemori, casuali aggregati “intelligenti”, volontariamente “caduti nella Forma”, perpetuano il desioso miraggio della sopravvivenza soggettiva restando istintivamente solidali nella perversione causale. Essi giustificano, ribadendola in coro, la salvifica illusione di un oggettivo, sicuro “prima” coniugato e coniugabile ad un’ineluttabile “dopo” quasi come se ogni individuale esperienza di vita fenomenica potesse essere inscritta, nell’illeggibile calendario del Nulla, quale singola,  determinante focale storica dell’ultrasensoreo ed imperscrutabile  marasma multiversale ed assurgere, in tal guisa, a discriminante nuce di inossidabili  certezze “materiali” gaiamente e “scientificamente” coinvolte nella cosmica danza dell’inafferrabile Caos creativo.
Qualunque bestia diviene ciò che sogna ed ogni cosa, rispetto alle altre, giustifica se stessa nell’acritica condivisione delle comuni “regole del gioco”; forgiando, arbitrariamente, la fluida natura della “torsione spaziale” in una singola, rigida legge eletta a ferrea nutrice somatica di un unico, sincronico Sogno universale.
Il Cuore di Tenebra, nel ricordo del Mio sentire, non conosce alcun limite ne legge, se non quella del liquido, gratuito piacere dell’eterna pulsione nella rotonda spirale che è Tenebra stessa.
Come vascello stretto fra Scilla, colei che divora e Cariddi, quella che risucchia, navighiamo i cupi flutti dell’oceano ignoto  in costante, precario equilibrio fra la Vita e la Morte. Elettrico e magnetico, poli che attraggono e respingono consentendo una sola rotta verso la Libertà: quel travagliato percorso, tracciato sul portolano del paradosso, dove la latitudine e la longitudine, annullandosi, definiscono la salvifica direzione del caotico, a-spaziale quoziente Zero. Quale un cerchio di Fate, diacronico ed illusorio rispetto all’abituale computo del gesto convenzionale, il noumenico Zero simula bonacce che, artificiosamente, celano ventose tempeste, comunque, su di altri piani fenomenici, contestuali, scatenate e cogenti.
Tu Realizzi il miracolo metamorfico della Coscienza desta ed indipendente se la spettrale assenza consapevole viene sublimata in sostanziale presenza energetica nel Nulla assoluto dello Zero: quando cioè il Vuoto viene riempito ed il Pieno appare vuoto. Spazio e Tempo perdono la propria rigidità unicamente nell’abbraccio inverso degli opposti complementari.
Eros, figlio di Penia l’immanente “mancanza” e di Poros l’umano “ingegno”, sposa Psiche per vivere nell’ardente alito del Drago che sale, viceversa, Thanatos dal cuore di ferro e le viscere di bronzo, figlio dell’Erebo e della Notte, fratello di Ipno, cavalca l’oblio con le fredde ali del Drago che scende. I due Serpenti Gemelli realizzano l’unità duale e l’estraniante risoluzione critica senza guardare l’uno negli occhi dell’altro: [(+1)+(-1)]=0 …
All’allacciate al medesimo Asse rotante Vita e Morte si danno la schiena e volgono lo sguardo verso orizzonti divergenti per evocare il “corpo” dell’Essenza multiversale: l’esoterica contrada nella quale ciò che è sotto è uguale a quanto sta sopra è quello che è sopra risulta identico a ciò che sta sotto, pur nell’inverso riflesso del nero specchio abissale, gemma del Deserto di Daath.
Ora però, sulla superficie di questo foglio, intendo riallineare il profluvio verbale ai consueti modi della canonica datazione cronologica. Il razionale, dialettico sopruso che, operato da precisi “misuratori”, specie peraltro ingiustamente misconosciuta di proto-orologiai-architetti, enumera, ere cicli ed età. Periodi calendarizzati e beatificati alla stregua di virtuali barriere erette in spregio alla continuità del circolare Tutto. Frazioni epocali divenute mura ticchettanti; ostacoli edificati accatastando gli scanditi mattoni dei secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni e quant’altro noto alla Tua indubbia, quotidiana abilità contabile.
Intorno a Te risorgono tramezzi e divisori, fra questi, pagato il prezzo di una breve ricerca, è facile rintracciare la recente usta del “selvaggio” secolo ventesimo. Gli eventi, come ratti nei muri, grattano e corrono segnalando la propria, ansiosa volontà d’emergere. Attento, osserva ogni anfratto, individua le ferite lasciate sulle pareti scalcinate, qualunque fra esse potrebbe essere
la cicatrice cercata. Il varco adeguato, uno squarcio buio, dominante e passivo; luogo temporale colmo d’attese, rimpianti, gelide ed inutili commozioni che, trascinando, accompagnano l’anima inquieta in altrui gineprai irti delle spine di desideri irrealizzati. Divorato da storie non Tue, sei stella in galassie aliene. Sfogliando blasfemi almanacchi, scopri mostruose anatomie; immoto  eppure precipitato, rotoli, cadi, voli, vomiti. La percezione di vaporose certezze si fa improprio ormeggio per spiriti dilaniati dall’orrido e silenzioso sfogo dell’immaginario inappagato. E poi, nembi di bufera, cirri capricciosi, nuvole. Nuvole dense, soffici, mutevoli aerei batuffoli gonfi di pioggia acida: talvolta paciosi, cullati da venti gentili, ma, d’improvviso, tonanti, elettrici e, armati di folgore, minacciosi.
Il secolo dei cieli profanati dai conflitti tecnologici Ti attende, incoercibile Pioniere. Azzurri ricordi corrotti dal rombante tuono di sfreccianti prodigi d’acciaio: sgraditi compagni del delicato frullo delle silfidi che, prigioniere della forma primordiale, furono, allora, rapite, tradite e quindi, incapaci a sovrastare la bolgia meccanica, perite nel rimorso, crudelmente abbandonate anche dall’estremo, poetico sollievo di una melanconica canzone.

Ottavio Adriano Spinelli

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